Il rilascio di Greta e Vanessa: quando i media parlano di cooperazione

Al rilascio di Greta Ramelli e Vanessa Marzullo alcuni giorni fa, dopo circa 5 mesi e mezzo di prigionia in Siria, è stato dato grande risalto dai media nazionali. I commenti a questa notizia non si sono limitati alla soddisfazione per la liberazione delle due ragazze italiane, ma hanno scatenato sia sui social network, sia sui principali canali di informazione nazionale, opposte fazioni che si sono schierate le une contro le altre. Soprattutto il presunto riscatto multimilionario che il governo italiano avrebbe versato ai rapitori, ha inasprito le posizioni contro le due volontarie italiane. I toni si sono alzati giorno dopo giorno, i post e gli articoli hanno in certi casi addirittura assunto connotati sessisti e infamanti nei confronti delle due ragazze.

L’opportunità di versare un riscatto, la connivenza delle due con i rapitori, la loro ingenuità o sprovvedutezza, il loro essere dalla “parte sbagliata” secondo alcuni e non super partes (portando aiuti, generi di conforto e kit di pronto soccorso ai ribelli contro il governo siriano di Al Assad): queste le accuse espresse con toni più o meno critici (se non chiaramente infamanti) nei confronti delle ragazze in primis o contro il Governo Italiano che avrebbe utilizzato strategie sbagliate per liberarle.

Il fatto che il rilascio fosse avvenuto a pochi giorni dai tragici attacchi terroristici avvenuti a Parigi, ha innalzato ancor più i toni della polemica, insinuando l’ipotesi che attraverso il presunto riscatto si finanziasse il terrorismo di stampo Jihadista nell’occhio del ciclone oggi come pericolo numero uno per le città europee.

Vogliamo qui concentrarci soprattutto su come è stato trattato il rilascio di Greta e Vanessa dai media nazionali. Colpisce la superficialità con cui è stata affrontato l’argomento. In primis in moltissimi casi ci si riferisce alle due ragazze definendole “cooperanti”. Invece come espone in modo chiaro un articolo pubblicato su Info-cooperazione.it (Greta e vanessa i cooperanti e le ong) è corretto definirle volontarie affiliate al progetto Horryaty che è tutt’altro che una ONG, ma un gruppo di persone che porta avanti azioni di solidarietà informale.

I media sembrano interessarsi al tema della cooperazione internazionale solo in occasioni come questa. Per citare un altro esempio, nel 2011 quando la cooperante della ONG CISP Rossella Urru venne sequestrata in Algeria, Francesco Zanotelli, uno degli autori (insieme a Filippo Lenzi Grillini) del Volume Subire la Cooperazione?,  venne invitato a partecipare a una trasmissione di Radio Rai per spiegare “chi sono” i cooperanti. In quel volume due antropologi affrontavano il tema della cooperazione allo sviluppo in un’ottica di critica costruttiva, raccogliendo gli spunti offerti da un incontro promosso dal “Forum Provinciale della Cooperazione e solidarietà Internazionale” di Siena che aveva visto dialogare studiosi di antropologia dello sviluppo e cooperanti. Il tema della cooperazione internazionale è affrontato da coloro che in quel mondo ci lavorano o ci si dedicano attraverso progetti di volontariato, viene analizzato all’interno delle aule universitarie, vi sono assessorati con la delega a queste tematiche, ma l’invito da parte di una trasmissione radiofonica nazionale a uno degli autori è avvenuto solo nell’occasione di quel rapimento. E sembrano essere quasi esclusivamente queste le occasioni in cui si parla di cooperazione allo sviluppo sui media nazionali, a parte l’eccezione rappresentata dal Reality “Mission” andato in onda nel 2013 sulle reti Rai (preceduto da polemiche provenienti dal mondo delle ONG italiane).

C’è un vuoto di rappresentazione e di narrazione su questo mondo quindi, e quando i media arrivano a trattare queste tematiche lo fanno con grande superficialità.

Senza dubbio un primo passo importante sarebbe che giornalisti e politici in primis riuscissero a chiamare i progetti, le organizzazioni e le persone coinvolte con i loro nomi. Superato questo primo step, potrebbe essere affrontato un dibattito serio sul ruolo della cooperazione e del volontariato oggi in Italia.

Il timore fondato è che la storia del sequestro e rilascio di Greta e Vanessa lasci ampi strascichi nell’opinione pubblica. Per evitare che questi strascichi non si trasformino in vere e proprie ferite, é estremamente importante che le associazioni, organizzazioni che promuovono e realizzano interventi di sviluppo o anche di emergenza improntate alla solidarietà a livello internazionale si adoperino per riuscire a sfondare questo “muro di silenzio”. Comunicare motivazioni e metodologie di azione di coloro che realizzano questi progetti è fondamentale oggi se si pensa che secondo un’indagine recente di Euro Barometro gli italiani nel 2014 si sono dimostrati meno inclini rispetto al 2013 a pensare che affrontare la povertà dei Paesi in via di Sviluppo debba essere una priorità del governo italiano (meno 9 punti percentuali rispetto al 45% dell’anno precedente).

In un momento di crisi economica, comunicare perché sia importante promuovere e realizzare interventi di sviluppo, fuori dall’Italia sembra quindi molto più arduo. Se poi aggiungiamo l’eredità nefasta che un dibattito caratterizzato da toni ricchi di livore, che rimbalzavano dai social network e venivano spesso amplificati anche da molti giornalisti che facevano leva su pulsioni “di pancia” dei lettori utilizzando concetti come “con i soldi dei contribuenti!” “con i nostri soldi!”, il quadro rischia di essere piuttosto pericoloso per come possono venire interpretate d’ora in poi le azioni sia dei volontari che dei cooperanti professionisti impegnati all’estero.

Quindi non solo è opportuno, ma diviene molto importante riuscire a comunicare all’esterno di quel mondo costituito da volontari e cooperanti, che sviluppare progetti di sostegno allo sviluppo dedicati a territori lontani dal nostro o a comunità di migranti che vivono all’interno dei nostri confini, debba essere considerato un tema centrale nel dibattito nazionale.

Lo iato fra il mondo di chi opera e agisce nell’ambito di progetti di sviluppo internazionale e il resto della società italiana è ancora oggi troppo ampio.

Questo tema è stato affrontato durante uno dei più importanti incontri istituzionali che negli ultimi anni il Governo Italiano ha dedicato alla Cooperazione, ovvero il “Forum della Cooperazione Internazionale” che si è svolto a Milano nel 2012. Durante quell’incontro promosso dal governo Monti, per rispondere alla domanda se fosse possibile e opportuno dedicare risorse alla cooperazione o se fosse questo un lusso al quale possono dedicarsi solo i Paesi che risentono meno della crisi economica, le risposte variavano da quelle che facevano riferimento alla vocazione alla solidarietà dei cittadini italiani, ispirata da imperativi etici e solidali, a quelle che si riferivano al fatto che fare cooperazione oggi può rappresentare un investimento strategico per la politica estera italiana (si citava anche il fatto che negli ultimi 17 anni ogni euro investito in cooperazione dall’Italia è poi ritornato in seguito sul suolo nazionale sotto forma di commessa commerciale). Queste risposte provenivano sia da rappresentanti delle istituzioni che da cooperanti e sono chiaramente piuttosto differenti fra loro e, se interpretate in un certo modo, quasi diametralmente opposte. A queste oggi alcune forze politiche come la Lega Nord, aggiungono contenuti diffusi con l’obiettivo di limitare l’immigrazione e che si celano dietro a slogan come “aiutiamoli a casa loro”.

Per arricchire, invece, di contenuti più profondi il perché sia importante “fare cooperazione” oggi, è quindi fondamentale che gli attori di questo mondo che da anni o a livello professionale, o con la passione e l’impegno profusi a livello di volontariato realizzano interventi di sviluppo riescano a prendere la parola, attraverso narrazioni sulle loro motivazioni, le loro metodologie e i loro obiettivi.

Trovare strategie comunicative per reinserire la cooperazione allo sviluppo fra i temi centrali del dibattito nazionale, è quindi sempre più importante per non rischiare che si rialzi quel muro di silenzio che verrà rotto solo in casi emergenziali e riempito da frasi gridate da altri che la Cooperazione non la conoscono. Non é una sfida semplice, ma che diviene sempre più urgente in questo momento storico per evitare che letture superficiali che riducano l’analisi della complessità del patrimonio di esperienze, competenze e motivazioni che caratterizza gli attori del mondo della Cooperazione e del volontariato, rischino di offrire il fianco a strumentalizzazioni politiche e mediatiche.

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